Cappuccetto Rosso

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illustrao da Roberto Innocenti

edito da La Margherita

A Bologna abbiamo incontrato Roberto Innocenti. Sfogliare insieme il suo ultimo lavoro, Cappuccetto Rosso,  è stato un privilegio. I libri di Roberto Innocenti  (unico italiano, oltre Rodari ad aver vinto quattro anni fa il prestigioso  premio Andersen) sono finestre su mondi incantati che l’artista rappresenta con minuzia cinematografica. Illustrazioni che sembrano fotografie realizzate sempre col grandangolo, inquadrature ampie spesso dall’alto  e fiumi di dettagli, sui quali la luce si posa uniformemente, rendendo visibile tutto: dalle tegole di un tetto in pieno sole, alle mattonelle di un interno in penombra dentro un portone. Non abbiamo potuto non chiedere dunque al maestro perchè questa passione per i dettagli e la risposta è stata tutt’altro che banale.

“Da principio ero preoccupato quando presentavo uno dei miei lavori” ci ha spiegato  “Mi dicevano che i bambini non amano i particolari, si confondono. Poi ho visto che proprio ai bambini i miei disegni piacevano e ho semplicemente continuato a fare quello che mi viene più istintivo: è il mio modo di guardare la realtà. La folla di dettagli non è lì per nascondere, ma al contrario, per stimolare la ricerca. I bambini devono cercare i dettagli importanti e mentre lo fanno scoprono tanti altri particolari, non meno narrativi, che raccontano cioè anche loro qualcosa, arricchendo la storia e completandola.”

Sulla tradizionale fiaba  di Cappuccetto Rosso è stato fatto un lavoro di rivisitazione dell’ambientazione (i sobborghi di una moderna metropoli) e del finale. La luce è quella artificiale dei neon e dei lampioni di strada e si posa sui colori foschi di una periferia degradata, conferendo all’insieme un’atmosfera più fumettistica che inquietante. Niente a che fare, insomma, con la tanta illustrazione noir che furoreggia tra i padiglioni della fiera.

Qua e là citazioni di costume e satiriche, persino. Una caccia al tesoro tra insegne e cartelloni pubblicitari, per adulti, in verità. Il finale doppio: drammatico, il primo, con una mamma che attende inutilemnte il ritorno della piccola Cappuccetto, al balcone; e un secondo in cui la polizia è intervenuta per tempo, insieme a un’orda di gionalisti d’assalto che documentano il succulento fatto di cronaca in diretta.

Più che cinematografico, il taglio delle illustrazioni  è questa volta “televisivo”, come ci conferma lo stesso Innocenti. Ma proprio qui all’occhio smaliziato dell’adulto risulta evidente il vero finale a sorpresa. Cos’è infatti più inquietante? Che Il cattivo scappi via dopo aver compiuto il suo misfatto e rivelando il vero volto da lupo, o che le forze dell’ordine intervengano teatralmente, gettando la vicenda in pasto ai massmedia, i quali ne fanno subito una pietanza da servire calda ai milioni di telespetattori affamati di cronaca nera pomeridiana? E tra i poliziotti trionfanti, si può riconsocere il volto del lupo….

Una punta di cinismo in questo Innocenti maturo, che però non sorprende troppo chi ha amato “Una casa nel tempo”, nella cui ultima tavola il vecchio casale che tante ne aveva vissute, veniva malinconicamente trasformato in un agriturismo, bello e artificioso.

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