Cielo d’Ottobre

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diretto da Joe Johnston

interpreti principali Jake Gyllenhaal, Chris Cooper, Laura Dern

età consigliata dagli 11 anni

La storia è tratta dall’autobiografia di Homer H. Hickam jr., ingegnere della NASA (il libro è stato pubblicato in Italia da Rizzoli col titolo Cielo d’ottobre, titolo originale: “Rocket Boys”). Una storia vera dunque, che inizia in una notte storica del 1957, la notte in cui i cieli d’America furono attraversati dallo Sputnik, il primo satellite sovietico, lanciato in orbita intorno alla terra. Quella notte d’autunno milioni di uomini e ragazzi di ogni età, in ogni angolo del grande Paese, nelle già immense metropoli illuminate a giorno e nei piccoli villaggi di provincia come era Coalwood, cittadina mineraria del West Virgina, alzarono gli occhi  al cielo e rimasero a fissare il firmamento in attesa di vedere una delle mille stelle cui erano abituati muoversi in modo lineare e continuo, come solo un oggetto artificiale può fare.

E Homer, figlio di un minatore come tutti i suoi compagni di scuola e destinato come gli altri a seguire il padre in fondo alla miniera, è tra gli altri, con il naso all’in su, ad aspettare. Poi il minuscolo corpo luminoso compare e disegna una traiettoria perfetta nella volta celeste, suscitando l’entusiasmo della folla e captando l’attenzione di tutti, per pochi secondi. Presto ognuno distoglie lo sguardo e si muove per tornare al proprio mondo… tutti tranne lui, Homer, che non riesce a smettere di seguire il puntino luminoso. L’idea che altri uomini lo abbiano mandato lassù, come fosse una mano meccanica protesa verso il cielo o un occhio proiettato a guardare le stelle da vicino, spalanca in lui il desiderio di fare altrettanto. Tanti assistono allo spettacolo, solo Homer ne viene realmente e profondamente colpito.

Homer vuole lanciare un razzo nello spazio e inizia a muoversi e a muovere tutta la propria vita per realizzare il suo progetto. Innanzitutto cerca l’aiuto dei suoi più cari amici e riesce a coinvolgerli, poi comincia a guardare con interesse nuovo allo studio: ha bisogno di conoscere per poter fare! Nel momento in cui si rende cono di non poter colmare tutte le proprie lacune, non si arrende, ma chiede aiuto: avvicina il secchione della classe, quello con cui nessuno avrebbe voluto farsi vedere in giro e si rivolge al collega del padre che può fare le saldature più difficili. La grandezza di Homer consiste nell’andare a fondo nelle cose: nello studio ci si butta a capofitto, tenendo conto dei propri limiti e valorizzando i talenti che scopre di avere; Quentin, lo sgobbone, non viene solo sfruttato per le sue conoscenze, diventa un vero amico; nei confronti dei minatori che lo aiutano sviluppa affetto e stima profondi.

Poi c’è il rapporto con gli adulti: quello sofferto col padre e quello rilanciante con la professoressa di fisica, che lo guarda come un giovane ha bisogno di essere guardato: cogliendo il valore del suo desiderio. E Homer si dimostra pronto a seguire questo sguardo, cosa affatto scontata. D’altronde il fatto di non sottrarsi alle relazioni anche se difficoltose è determinante per il ragazzo, che solo così riesce a risolvere i contrasti col padre. L’approvazione di suo padre è importante per lui e, se è vero che di fronte alla chiusura mentale del genitore Homer sa ribellarsi, è anche vero che egli non smette mai di riconoscere i motivi per cui stimare il padre: il suo coraggio sul lavoro, la lealtà nei confronti dei colleghi  o anche la capacità di accogliere il compagno del figlio picchiato dal patrigno. Il padre di Homer è un padre vero, un uomo limitato, che commette parecchi errori, ma ha un cuore buono e tanto gli basta per essere un buon educatore.

Questi elementi (serietà davanti ai propri desideri, attenzione alla realtà per quella che è, disponibilità a lasciarsi educare) fanno di questo film qualcosa di molto più interessante del solito format sull’American Dream (ovvero “basta volerlo intensamente e tutti i sogni in America si possono realizzare”), assolutamente imperdibile per preadolescenti e adolescenti.

Da un punto di vista formale il film è ben confezionato. Uno stile narrativo pulito. Ottimo il montaggio e discreta la fotografia che rappresenta una provincia americana degli anni ’50 rarefatta, sgombra da quegli strombazzamenti cromatici che spesso si associano agli “anni ruggenti”. Tutto sembra emergere anche metaforicamente dal sottile strato di polvere fuoriuscito dalla miniera, le cromature delle macchine d’epoca, le tinte pastello degli abiti da donna e gli arredi essenziali delle case. Su tutto si accendono gli splendidi occhi azzurri di Jake Gyllenhaal, qui diciannovenne, ma già dotato di grande personalità.

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