Gladiatori di Roma

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scritto da Iginio Straffi in collaborazione con Michael J. Wilson

prodotto da Iginio Straffi e Rainbow CGI

distribuito da Medusa

Scriverne è doveroso, ma costituisce una nuova deroga alla norma che mi ero imposta di tacere circa quello che non mi piace.

Doveroso perché in generale si tratta del primo lungometraggio italiano in CGI in 3D, se escludiamo il secondo film sulle Winx, una sfida coraggiosa ai colossi americani (Pixar, DreamWorks e Blu Sky Studios), che per questo ci aveva incuriosito e fatto ben sperare. Speranze deluse.

Da un punto di vista tecnico molta strada rimane da fare alla Rainbow per raggiungere la naturalezza dei movimenti e l’armonia delle strutture anatomiche della Pixar. Ma molta strada è stata fatta: notevole ad esempio la resa dei materiali e soprattutto dell’incarnato.

Quello che delude (potrei dire infastidisce, ma vogli essere indulgente nei confronti di compatrioti cui riconosco coraggio e spirito di iniziativa!) è la debolezza della storia! In questo non ci dovrebbe insegnare niente nessuno! L’Italia può vantare una tradizione cinematografica invidiabile, per non parlare della letteratura e, volendo fare cinema d’avanguardia (o sarebbe meglio dire “prodotti cinematografici che incontrano il gusto moderno”!), sarebbe intelligente partire da quelle. Costruire una trama che stia in piedi dovremmo saperlo fare! Dare spessore ai personaggi, cucire gag che non solo facciano ridere (risultato comunque non raggiunto, nel caso specifico), ma che risultino anche naturali, necessarie… Per la stesura del soggetto,  Iginio Straffi si è vantato della collaborazione di Michael J. Wilson, già autore de L’era glaciale, ma Wilson negli studi di Straffi deve aver fatto qualche sporadica apparizione, perché della freschezza e dell’originalità delle trovate di Sid e company, qui tra i gladiatori non rimane che qualche vago ricordo, confuso, banale e rumoroso.

Ed è un peccato, perché le premesse per realizzare qualcosa di sensato e memorabile, un buon inizio per poi migliore col tempo e con l’esperienza, c’erano tutte. La scelta dell’ambientazione nella Roma imperiale è inoppugnabile, un tempo glorioso per la storia italiana, ma abbastanza lontano da sottrarsi a qualsiasi implicazione ideologica, scenario perfetto per rappresentare un’epica italiana in spirito global. Anche l’idea chiave era promettente: la storia di un giovane pieno di limiti, poco tenace, privo di fiducia in se stesso, che se motivato, se realmente appassionato a qualcosa trova le energie per riscoprire i propri talenti e per coltivarli fino a compiere un percorso di maturazione e far cose buone. Il giovane è Timo, bimbo sopravvissuto alla distruzione di Pompei e adottato da un allenatore di gladiatori, che da adulto non mostra alcuna propensione per i combattimenti nell’arena, ma nel momento in cui realizza che l’unico modo per avere la fanciulla di cui è innamorato è, guarda caso, diventare un gladiatore famoso, si getta a capo fitto nel tentativo di raggiungere l’obiettivo, prima con l’inganno, poi sottoponendosi agli estenuanti allenamenti di una sedicente personal trainer, che di fatto compirà la trasformazione. Chi sia questa affascinate allenatrice i mie figli se lo stanno ancora chiedendo. Che si tratti della dea Diana lo arguiamo dal nome e dal fatto che alla fine scocca una freccia, ma circa i motivi che l’hanno  indotta a scendere tra i mortali per aiutare Timo, rimane il più assoluto mistero. Una certa confusione permane sugli altri personaggi collaterali: i commilitoni di Timo che non riescono a far emergere il valore della loro amicizia, la nonna fattucchiera, eccessiva e fuori luogo e la banda di monelli aspiranti gladiatori, ambigui, raro esempio di bambini che posso risultare antipatici, in un cartone… A condimento di questo  improbabile minestrone abbondanti manciate di sketch demenziali e pleonastici.

Risultato? Una commediola dozzinale, ambientata nell’antica Roma, messa in scena dal Gruppo Filodrammatico del Dopolavoro Winx Club: riconoscibili l’interpretazione ancheggiante di Stella, la gestualità languida di Bloom e le pose da gallo cedrone degli Specialisti…

 

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