Miryam

Standard

scritto da Silvia Vecchini

edito da San Paolo

dagli 11 anni

Devo dire che l’intensità narrativa raggiunta da Silvia Vecchini in questo romanzo, pubblicato nel 2011, mi ha sorpresa.

L’idea di raccontare la storia di Maria calandosi totalmente nel vissuto dell’epoca allo scopo dichiarato (dall’editore almeno!) di comunicare i fatti evangelici ai  più giovani, suscitava in me più che scetticismo: un reale disagio. Immaginavo che una struttura narrativa come quella scelta dalla Vecchini, in cui in ciascun capitolo il racconto è affidato a un personaggio diverso, potesse risultare artificiosa e alla lunga pesante. Questa staffetta di punti di vista differenti passa attraverso occhi noti (quelli di Giuseppe, Gioacchino, Anna), personaggi di pura invenzione (l’amica Lia, Il carrettiere che conduce Maria al paese di Elisabetta), oggetti rituali (la tenda del Tempio e l’acqua delle abluzioni), fino all’asino, cui è affidato il racconto se pur riflesso della nascita di Gesù.

Le mie reticenze sono state presto spazzate via. Dalle prime pagine, infatti la profonda conoscenza da parte dell’autrice del periodo storico in questione, della lingua parlata dai protagonisti e dei loro costumi quotidiani contribuiscono a creare un’atmosfera  assolutamente credibile, in cui è facile essere risucchiati. Presto si impara a seguire le voci narranti, come acrobati esperti che balzano da un ramo all’altro in una foresta popolata da alberi di ogni specie che offrono sullo stesso paesaggio punti di osservazione diversi.

L’esercizio non è fine a se stesso: trasmette l’idea dell’Avvenimento. Un fatto avviene, il Mistero entra nella storia e, come un sassolino caduto in acqua, agita tante sottili onde concentriche: tutti vengono in qualche modo investiti, ma ciascuno reagisce all’impatto in base alla propria posizione e secondo la propria natura, ovvero in base alla propria libertà.

Il vero punto di forza di questo romanzo, che considero una bella prova di maturità da parte della Vecchini, consiste però a mio avviso nel filo rosso che riesce a tracciare tra le pagine (anche graficamente rappresentato!) e che è il rapporto determinante che Maria ha con Dio Padre. Un rapporto di totale abbandono. Di Maria si impone quasi come un urlo che scuote il lettore l’assoluta libertà. Con la stessa dedizione e umiltà con cui tesse il filo di porpora per la tenda del Tempio, per tutta la vita ella conduce un dialogo serrato con Dio, un dialogo che la determina: lei è quel rapporto. Al punto da non temere il confronto dialettico né con il gran sacerdote di Gerusalemme, né con l’arcangelo Gabriele quando va a visitarla. Al punto da astenersi dal prendere iniziative anche quando le cose si mettono male. Al punto che a Giuseppe che riprendendola  con sé le chiede comprensibilmente “Perché non me lo hai detto?”, risponde: “Chi sono io per mettermi tra te e il Signore?”.

Questa stessa dinamica, tutta giocata in un rapporto con Dio è vissuta da Giuseppe. Tanto bruciante da domandarsi  se la ripudierà o no… Eppure sappiamo come va a finire!

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