Ali di farfalle

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scritto da Giampiero Pizzol

illustrato da Arcadio Lobato

edito da Fatatrac

Giorni strani, questi. Giorni storici, da ricordare. In cui ai figli bisogna spiegare perché anche un Padre può essere fragile, riconoscere la propria inadeguatezza  e in modo assolutamente inatteso leggere nei propri limiti la volontà di Dio. Perché forse è anche così che il Signore ci parla e chi Lo ama profondamente, chi nella propria vita ha coltivato un dialogo intenso con Lui, riesce a sentire la Sua voce anche in sussurri impercettibili. L’ansia che da mamma avverto è quella di spiegarlo bene ai miei figli, perché per la mentalità comune è facile confondere il “sussurro di Dio” con l’autodeterminazione dell’individuo…

Mi è venuto in mente un libro splendido di alcuni anni fa. Caso volle (ma il Caso non esiste, diceva maestro Oogway!), che me lo sono ritrovato tra le mani proprio domenica. Ali di farfalle di Giampiero Pizzol,  uno dei libri basati sullo sviluppo di racconti popolari, sui quali Pizzol costruisce i suoi spettacoli per bambini.

La storia, illustrata da Arcadio Lobato e edita da Fatatrac, comincia sulla soglia di una fine, ovvero di un nuovo inizio: il diluvio è terminato e proprio sulle ultime gocce di pioggia si forma l’arcobaleno. A Noè, che assiste al disperdersi dei suoi animali, già dimentichi di aver vissuto in armonia sull’arca, Dio affida un nuovo compito: comunicare a tutti gli esseri viventi che nulla verrà perso di ogni loro respiro e che dopo la morte le loro anime saranno accolte in un Paradiso in cui tutti vivranno di nuovo in pace. Portare a termine questo compito che di per sé entusiasma il vecchio Patriarca, si rivela più complesso del previsto. Trovare dei messaggeri efficienti è difficile: le tartarughe, che per il fatto di essere rimaste indietro sembrano destinate ad aiutarlo, sono lente e sorde; gli uccelli che per la loro capacità di volare sembrano i più adatti, riducono tutto in musica gradevole ma incomprensibile; l’asino, che per la sua fedeltà sembra disponibile è invece attaccato a una logica razionalista che lo rende poco credibile. Fin quando il vecchio Noè non prova ad andare lui stesso in giro per il mondo a parlare con gli animali, ma li trova già così immersi ciascuno nel proprio quotidiano, impegnati nel duro lavoro di procacciarsi cibo e gestire il potere che hanno saputo accumulare, da non sentire più il bisogno di conoscere quella notizia straordinaria, da non sentire più il bisogno di sperare…

Noè avverte la propria inadeguatezza e questo lo getta nello sconforto. Fortunatamente, però, non è solo. C’è la moglie, semplice e pragmatica: “Coraggio! Ciò che Dio ha cominciato, Dio finirà!” e c’è il Creato, splendido e perfetto, riverbero di quell’Eternità, di cui lui aveva tentato di parlare. Adesso Noè è finalmente libero, ovvero non sente più il peso del compito, e Dio torna a parlargli: lo fa mostrandogli un nuovo dono, lo strumento che porterà, al suo posto,  il messaggio di speranza in giro per il mondo. Un messaggero leggero e poco rumoroso, che ha nel suo lieve battito d’ali colorate tutto l’incanto dell’Eternità.

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