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Ralph Spaccatutto

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imagesregia Rich Moore

prodotto da Walt Disney

Che belle storie sanno ancora scrivere gli uomini della Walt Disney! L’idea di Rich Moore, regista e sceneggiatore insieme ad altri, è originalissima e cattura i bambini che pur non possono cogliere tutte le citazioni e assaporare l’atmosfera da appassionati di videogiochi. Chi appassionato lo è o lo è stato, chi ha ha risparmiato i soldi della merenda per poter dopo la scuola fare una tappa nella sala giochi lungo la via di casa e perpetrare l’eterna sfida con PacMan o Space Invaders, rivivrà sensazioni sopite e tanta nostalgia.

L’ambientazione, quindi, accattivante: siamo in una sala giochi e i personaggi dei videogames, al di là dello schermo, svolgono diligentemente il loro lavoro, salvo, alla chiusura, continuare a vivere nei loro mondi autonomi e tramite i cavi dell’alimentazione incontrarsi in una “Stazione Centrale” e spostarsi, volendo, da un videogioco all’altro. La ricchezza di dettagli creativi nei vari mondi ovviamente è stupefacente: quello vintage di Spaccatutto, quello futuristico di Hero’s Duty e quello caramelloso di Sugar Rise. Ma ancora non siamo arrivati al punto: la storia. Ralph è un cattivo, evitato da tutti e questa condizione gli sta decisamente stretta. Si reca persino ad una riunione dei “Cattivi anonimi”, il cui motto “Cattivi è bello”, poco lo convince. Vuole cambiare vita e per raggiungere questo scopo si sposterà in altri videogiochi, combinerà un mucchio di pasticci, metterà a repentaglio l’esistenza del suo stesso videogioco, perché venendo a mancare lui, sarà considerato guasto. Alla fine grazie alla celeberrima formula Coca Light+Mentos (altro colpo di genio che apre scenari domestici  imprevedibili!), Ralph riuscirà ad utilizzare la sua straordinaria capacità di spaccare tutto per salvare il videogames e la vita dell’amica Vanellope e tornerà al suo posto. Ma tutto quanto è accaduto sullo schermo non è avvenuto invano, perché adesso  il suo antagonista lo stima, gli altri personaggi del videogames lo trattano bene e sopratutto, c’è Vannelope che gli vuole davvero bene. Ralph torna  fare il suo lavoro, torna a spaccare tutto, secondo la sua natura, ma adesso sa di essere amato e questo, non un cambiamento delle condizioni, rende la vita davvero bella!

Gladiatori di Roma

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scritto da Iginio Straffi in collaborazione con Michael J. Wilson

prodotto da Iginio Straffi e Rainbow CGI

distribuito da Medusa

Scriverne è doveroso, ma costituisce una nuova deroga alla norma che mi ero imposta di tacere circa quello che non mi piace.

Doveroso perché in generale si tratta del primo lungometraggio italiano in CGI in 3D, se escludiamo il secondo film sulle Winx, una sfida coraggiosa ai colossi americani (Pixar, DreamWorks e Blu Sky Studios), che per questo ci aveva incuriosito e fatto ben sperare. Speranze deluse.

Da un punto di vista tecnico molta strada rimane da fare alla Rainbow per raggiungere la naturalezza dei movimenti e l’armonia delle strutture anatomiche della Pixar. Ma molta strada è stata fatta: notevole ad esempio la resa dei materiali e soprattutto dell’incarnato.

Quello che delude (potrei dire infastidisce, ma vogli essere indulgente nei confronti di compatrioti cui riconosco coraggio e spirito di iniziativa!) è la debolezza della storia! In questo non ci dovrebbe insegnare niente nessuno! L’Italia può vantare una tradizione cinematografica invidiabile, per non parlare della letteratura e, volendo fare cinema d’avanguardia (o sarebbe meglio dire “prodotti cinematografici che incontrano il gusto moderno”!), sarebbe intelligente partire da quelle. Costruire una trama che stia in piedi dovremmo saperlo fare! Dare spessore ai personaggi, cucire gag che non solo facciano ridere (risultato comunque non raggiunto, nel caso specifico), ma che risultino anche naturali, necessarie… Per la stesura del soggetto,  Iginio Straffi si è vantato della collaborazione di Michael J. Wilson, già autore de L’era glaciale, ma Wilson negli studi di Straffi deve aver fatto qualche sporadica apparizione, perché della freschezza e dell’originalità delle trovate di Sid e company, qui tra i gladiatori non rimane che qualche vago ricordo, confuso, banale e rumoroso.

Ed è un peccato, perché le premesse per realizzare qualcosa di sensato e memorabile, un buon inizio per poi migliore col tempo e con l’esperienza, c’erano tutte. La scelta dell’ambientazione nella Roma imperiale è inoppugnabile, un tempo glorioso per la storia italiana, ma abbastanza lontano da sottrarsi a qualsiasi implicazione ideologica, scenario perfetto per rappresentare un’epica italiana in spirito global. Anche l’idea chiave era promettente: la storia di un giovane pieno di limiti, poco tenace, privo di fiducia in se stesso, che se motivato, se realmente appassionato a qualcosa trova le energie per riscoprire i propri talenti e per coltivarli fino a compiere un percorso di maturazione e far cose buone. Il giovane è Timo, bimbo sopravvissuto alla distruzione di Pompei e adottato da un allenatore di gladiatori, che da adulto non mostra alcuna propensione per i combattimenti nell’arena, ma nel momento in cui realizza che l’unico modo per avere la fanciulla di cui è innamorato è, guarda caso, diventare un gladiatore famoso, si getta a capo fitto nel tentativo di raggiungere l’obiettivo, prima con l’inganno, poi sottoponendosi agli estenuanti allenamenti di una sedicente personal trainer, che di fatto compirà la trasformazione. Chi sia questa affascinate allenatrice i mie figli se lo stanno ancora chiedendo. Che si tratti della dea Diana lo arguiamo dal nome e dal fatto che alla fine scocca una freccia, ma circa i motivi che l’hanno  indotta a scendere tra i mortali per aiutare Timo, rimane il più assoluto mistero. Una certa confusione permane sugli altri personaggi collaterali: i commilitoni di Timo che non riescono a far emergere il valore della loro amicizia, la nonna fattucchiera, eccessiva e fuori luogo e la banda di monelli aspiranti gladiatori, ambigui, raro esempio di bambini che posso risultare antipatici, in un cartone… A condimento di questo  improbabile minestrone abbondanti manciate di sketch demenziali e pleonastici.

Risultato? Una commediola dozzinale, ambientata nell’antica Roma, messa in scena dal Gruppo Filodrammatico del Dopolavoro Winx Club: riconoscibili l’interpretazione ancheggiante di Stella, la gestualità languida di Bloom e le pose da gallo cedrone degli Specialisti…

 

Biancaneve e il cacciatore

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diretto da Rupert Sanders

interpreti principali Kristen Stewart, Chris Hemsworth e Charlize Theron

età consigliata 10 anni

Normalmente evito di parlare di qualcosa che non mi è piaciuto affatto, ma per questo film farò un’eccezione. Le ragioni sono due: innanzitutto si va a toccare un classico della letteratura per bambini quindi a Cair Paravel non possiamo non occuparcene, in secondo luogo più che per l’omonimo film di Tarsem Singh, con protagonista Julia Roberts, uscito quasi in contemporanea, questa versione della fiaba dei Grimm è stata ben accolta dalla critica, a tratti osannata e tutto questo entusiasmo, non vedendone la minima ragione, mi incuriosisce parecchio.

Giustificato il rimaneggiamento della storia. Comprensibile anche la scelta di ammantarla di un’atmosfera gotica e fosca come la moda del momento impone (bisogna pur pensare al botteghino!). Quello che trovo imperdonabile è la superficialità con cui tutta la narrazione è stata trattata. Il taglio psicanalitico che Sanders ha voluto imprimere alla vicenda non trova uno svolgimento soddisfacente. Nessuno dei personaggi arriva a sfiorare la compiutezza: sono scialbi, privi di spessore. Così è Biancaneve, che si vorrebbe eroina predestinata a maturare una grande consapevolezza di sé, del proprio destino e del proprio ruolo di leader, ma che in realtà da ragazzina sprovveduta, vittima di una terribile ingiustizia, inerme, strappata alla prigionia da misteriosi personaggi magici, si trasforma  in novella Giovanna D’Arco in un lasso di tempo sorprendente, senza aver compiuto alcun percorso di crescita credibile. Altrettanto vale per il cacciatore: i riferimenti al suo passato drammatico che dovrebbe dar ragione della sua dedizione all’alcol, sono davvero deboli. Se è chiaro che sarà il suo bacio e non quello del principe a spezzare l’incantesimo,  non lo è altrettanto quando e se si innamora di Biancaneve. Larvale la figura del principe, che dal tempo in cui si trastullava, bambino, con Biancaneve, tra i rami di un melo, ha senza dubbio fatto  progressi nel tiro con l’arco e può sfoggiare tenacia e lealtà, ma non riesce a colmare il solco che gli anni hanno tracciato tra lui e la vecchia compagna di giochi, quindi rimane in una posizione d’ombra: non si capisce neppure qual è il legame reale con Biancaneve, alla fine. I nani: vengono coinvolti nel racconto per il tempo di una scazzottata e di una serata di danze intorno al fuoco (tanto per citare una storica scena della Biancaneve disneyana), prima che uno di loro venga ucciso. Non abbiamo fatto in tempo neppure ad affezionarci a lui e non ci spieghiamo perché gli altri personaggi lo piangono… A un certo punto compare un cervo: i folletti che vengono letteralmente “espettorati” dagli uccelli che all’inizio guidano Biancaneve fuori dalla prigione sembra siano suoi servitori o comunque gli riconoscono una grande autorità. Si può intuire che si tratti di un Signore della Foresta, di una sorta di divinità silvestre, ma quale sia la sua natura, quali siano i suoi poteri e quale il suo legame con Biancaneve rimane un mistero…   La regina Ravenna è forse il personaggio meglio riuscito: Charlize Theron perlomeno è azzeccatissima nella parte: superba, tormentata e crudele quanto la platea richiede. Paga, però, anche lei la fragilità dell’impianto psicoanalitico e soprattutto alcune cadute di stile: le scene di  morbosa ambiguità tra lei e il fratello e la sequenza in cui uccide il re, durante la prima notte di nozze, carica di un erotismo eccessivo, fuori  luogo.

Cosa si può salvare di un film che in generale considero una perdita di tempo vedere? I costumi di Colleen Atwood, già premio Oscar per Chicago, Alice in Wanderland e Memorie di una geisha, e alcuni effetti speciali come la trasformazione della strega in stormo di corvi (Ravenna deriva da raven, corvo) e il suo rimaterializzarsi in una pozza di liquido oleoso e malsano o l’animazione dello specchio, che si liquefa per prendere corpo al cospetto della regina, che lui tiene in pugno, perché schiava della propria immagine…

Penelope

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diretto da Mark Palansky

interpreti principali Christina Ricci e James McAvoy

età consigliata dagli 8 anni

 

Nient’altro che il mito della Bella e la Bestia rovesciato, ma sceneggiatura, montaggio, fotografia, scene e costumi, insieme all’interpretazione dell’accattivante James McAvoy, lo rendono a nostro avviso un film delizioso. Bello da proporre alle ragazzine dal secondo ciclo di scuola primaria in poi: perfetto anche per le mamme!

Gli elementi della fiaba ci sono tutti: la strega,  la maledizione e la condizione per infrangerla, la prigione dorata in cui la protagonista vive segregata per 25 anni e poi finalmente l’eroe che dovrebbe sciogliere l’incantesimo.

Il tutto è raccontato, però, in modo gustosissimo e arricchito da dettagli sottili, ma significativi. Gli effetti speciali sono discreti, lirici, funzionali alla narrazione, fatta di immagini e parole armoniosamente integrate come nel buon cinema deve essere. Anche i flash back sono utilizzati con precisione, senza eccedere, né rallentare il ritmo, anzi movimentandolo. I dialoghi sono vivaci, non mancano di ironia, pretendono attenzione. Poi ci sono le ambientazioni che trovo fantastiche:  la camera di Penelope è un capolavoro della scenografa Amanda McArthur : è originale, evocativa e credo che possa suggerire immagini inedite nelle menti omologate delle preadolescenti di ultima generazione! Lo stesso vale per il modo in cui viene rappresentata la città, le strade, il pub, il lunapark: tutto è immerso in un’atmosfera vintage, dai toni caldi, fiabeschi. Ogni particolare ha un’intensità cromatica che è il segno del suo valore: tutto è curatissimo. E ogni personaggio è ben sviluppato, sta perfettamente in piedi da solo, perfino Wanda, la titolare dell’agenzia matrimoniale o il detective privato assunto dai Wilhern per trovare Penelope quando questa scappa.

Perché rispetto al canovaccio tradizionale, la vicenda ha più di una variante e, ad esempio, “la bestia” ad un certo punto scappa e va in giro per la città ad affermare la propria indipendenza. Ma non solo: l’eroe manca della virtù innata, non ha sangue blu, non è affatto “predestinato” a sciogliere l’incantesimo, anzi vive la frustrazione di non poter salvare l’amata (che esperienza comune, in fondo, quella di realizzare che non possiamo proteggere chi ci sta più a cuore!) e fa un passo indietro, dimostrando prorpio così di avere quello che in una favola si chiamerebbe un “cuore nobile”. Nel ruolo James McAvoy è squisito. E offre un modello leggermente diverso di “ideale maschile”, che val la pena proporre alle “menti omologate delle preadolescenti di ultima generazione”, di cui già sopra…

Chi scioglierà quindi l’incantesimo? “Uno del suo genere che sappia amarla così com’è”, ovvero non “nonostante il suo aspetto”, ma con il grugno. “Non hanno disgusto di te” dice ad un certo punto la madre, ottusa ma non antipatica (altro bel personaggio, negativo, ma credibile e perdonabile, come può esserlo qualsiasi mamma che sbaglia e continua a sbagliare) “ma del tuo naso” e Penelope osserva “Ma è il mio naso!”. Fin quando la stessa Penelope non si accorge di poterlo amare il suo naso, non solo “tollerare” o  “conviverci”, ma amare, come un dono, una parte caratteristica di sé, come ogni altro difetto o limite ognuno di noi si porti addosso o dentro…

 

 

The brave – Ribelle

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diretto da Mark Andrews e Brenda Chapman

prodotto da Walt DisneyPixar

Non è appena la solita storia di ribellione adolescenziale, quest’ulimo splendido lungometraggio della Pixar, ma la prova che il connubio tra lo spirito disneyano e la creatività della Pixar hanno davvero rigenerato l’animazione, restituendole il compito narrativo.

The Breve è un film molto bello da vedere, con ambientazioni estremamente suggestive e curatissime. La tecnologia digitale raggiunge livelli molto alti e movimenti, gesti involontari, dettagli naturalistici sono strabilianti, eppure è un film che si può benissimo vedere in 2D, senza perdere il meglio. Perchè il meglio consiste nella storia, che qualcuno ha paragonato a quella della sirenetta Ariel, mancando a nostro avviso il bersaglio di parecchio.

Il rapporto conflittuale genitore-figlia qui non viene risolto con una banale affermazione della propra indipendeza da parte dell’adolescente che, dopo aver provato a far di testa propria, combinandone di ogni, esce dai guai grazie a un fortuito atto di generosità o coraggio proprio e spesso del genitore. I primi minuti del film sembrano voler scivolare in questo cliche: nella Scozia de X secolo, Merida è una pricipessa erede al trono di uno dei quatro clan in cui l’etnia si divide, ha spirito avventuroso, ama cavalcare, tirare co l’arco, adottare modi assolutamente informali. Ha per tutta la vita assecondato mal sopportandole le lezioni di buone maniere che la madre le ha impartito allo scopo di prepararla al suo destino: sposare uno dei figli degli altri tre capoclan. La vicenda assume una piega inatesa nel momento in cui la ragazza si mette in gara per conquistare la propria mano. Ma non è questo il punto di svolta: poco dopo  Merida si imbatte in una strega cui chiede di cambiare il proprio destino intervenendo su quello che crede essere l’ostacolo principale alla propria felicità: ovvero la madre. L’incantesimo imposto dalla strega però trasforma la regina in orsa e l’unico modo perchè non diventi permanente è “riparare lo strappo che l’orgoglio ha prodotto”.

Qui uno dei temi del racconto: lo strappo che deve essere ricucito non è certo quello che la spada ha inferto all’arazzo: perchè l’incantesimo venga spezzato merida deve smetterla di ripetere che la colpa non è sua, ma della strega e ammettere di aver peccato di orgoglio, deve chiedere perdono, accogliere la propria miseria che è cosa trascurabile ripetto al desiderio di avere di nuovo sua madre. Vista in parallelo con la vicenda del principe ricorso alla stessa strega dopo aver rotto coi fratelli e incappato nella stessa maledizione, la dinamica della redenzione che sottende la storia di Merida si chiarisce ancora di più: il principe infatti non si è pentito ed è rimasto prigionero del proprio peccato e si è trasformato permanentemente in una vera bestia. Quando muore il suo spirito indugia in un cenno di ringraziamento, perchè la morte lo libera, anzi, ormai è  rimasta per lui l’unica via di libertà  dalla condanna a una vita bestiale. Poi si trasforma in fuoco fatuo e può riprendere finalmente a fare del bene, o meglio ad adempiere a un copito buono: indicare la strada. Bella l’idea che i morti, gli antenati, stiano lì a  indicarci la direzione da prendere quando siamo in un bosco nebbioso…

Bello anche il percorso che fa la madre, che alla fine ammete: “Siamo cambiate entrambe”. Non a caso le viene imposto l’aspetto di un orso, a lei che ha contribuito a lacerare il legame con la figlia per una ricerca di perfezione formale. Proprio lei costretta a fare i conti con una mole troppo ingombrante, con la goffaggine e  con una voracità incontrollabile, sarà costretta a capire che non è sempre possibile censurare la natura delle cose e degli indivdui,  ridurre le  inclinazioni a schemi rigidi. D’altro canto proprio in quei frangenti lo strenuo attaccamento della regina all’etichetta è commovente, perchè è come se non volesse dimenticare chi è. E quei momenti di stranimento in cui prende a comportarsi come un orso vero, sono proprio segni del fatto che se ci si lascia andare ad atteggiamenti bestiali troppo a lungo, si finisce col trasformasi dentro …

Lorax, il guardiano della foresta

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diretto da Chris Renaud e Kyle Balda

prodotto da Illumination Entertainment

distribuito da Universal Pictures

per ogni età

Rotondo, morbido, colorato. Assolutamente imperfetto, ma da vedere. Secondo nato, dopo Cattivissimo me, in seno  alla nuovissima Illumination Entertainment, tratto da un libro di Dr. Seuss, autore di Ortone e il mondo dei Chi, questo film pur presentando dei limiti formali nella ridondanza degli accompagnamenti musicali (un po’ pesante la traduzione in italiano, a sostegno di quanti sostengono che l’unica lingua adatta al musical è l’inglese!) e in poche altre incertezze del montaggio, sviluppa magnificamente alcune idee chiave espresse nei film che l’hanno preceduto.

Innanzitutto  il tratto grafico. Con Ortone, prodotto all’epoca dai  Blu Sky Studios, Lorax ha in comune non solo l’autore del soggetto, ma anche uno degli sceneggiatori (Ken Daurio) e l’autore delle musiche (John Powell). Possiamo però ipotizzare che Chris Meledandri, ideatore per i Blu Sky de L’era glaciale, al momento di fondare l’Illumination Entertainment si sia portato appresso più di un esperto di CGI, in grado di ricreare la magia fluida e setosa della giungla di Ortone, la dinoccolata elasticità di certi personaggi e l’espressività coccolona di altri. Una firma grafica riconoscibile, che ci induce a recuperare subito nella memoria l’atmosfera del minuscolo mondo dei Chi. Questa volta i due mondi divisi, che un pregiudizio cieco, mirato a difendere interessi meschini, impedisce si incontrino e si riconoscano, sono  giustapposti e addirittura identificati: il mondo com’è oggi non ricorda più com’era in passato e rinuncia a guardare al di là delle barriere che si è costruito, lì dove appare nel suo aspetto reale, deturpato. A Thneedville non esiste nessuna forma di vegetazione se non di plastica: comoda, igienica, controllabile da remoto, tramite pratici telecomandi. Ovviamente non ci sarebbe neppure aria buona da respirare, se un certo magnate dell’Ossigeno non avesse avviato un remunerativo commercio di aria in bottiglia, che costa poco e fa tutti contenti. Il nome della città d’altronde la dice lunga:  Thneedville è la città dei “non bisogni”, senza problemi, dove anzi tutti gli ostacoli sono stati eliminati perché nessuno abbia a porsi domande e rimanga cheto al suo posto: un ingranaggio ubbidiente in una grande macchina economica.

Cosa può scuotere questo equilibrio? Una passione. Un ragazzo si innamora di una ragazza, la quale ha inspiegabilmente dentro un barlume di curiosità: vuole vedere un albero vero. Il ragazzo allora infrange il sistema. Esce dalle mura di cinta e va alla ricerca di un albero. Incontrerà il responsabile della distruzione di tutti gli alberi, il quale gli parlerà di Lorax, il custode della foresta e gli consegnerà l’ultimo seme da piantare nel cuore della città perché gli alberi riprendano a crescere.

Tanti gli spunti interessanti, sui quali attirare l’attenzione dei ragazzi cui suggerisco vivamente di proporre questo film.

Innanzitutto un’idea realistica e positiva di famiglia che può essere un contesto diseducativo e schiacciante come nel caso di Once-ler, ma che, come avviene per Ted,  è spesso un luogo bislacco, in cui il padre non c’è e la madre è completamente soggiogata dalla mentalità dominante, ma all’interno del quale il ragazzo trova le energie per realizzare il suo progetto. Di fatto, la nonna, tipo non c’è dubbio anch’esso sopra le righe, è custode del più prezioso dei tesori: la memoria, sottile e tenace filo che collega Ted alla verità. La stessa madre, poi, al momento di difendere il figlio, il suo cuore, i suoi veri desideri, diventa una tigre.

Bella anche la figura di Lorax, non solo per la resa del personaggio e il simpaticissimo doppiaggio di Denny De Vito, ma per quel suo rivelarsi molto  più del custode della foresta. Lorax ha a cuore tutto il Creato e di questo fa parte anche Once-ler. Prima ha la tentazione di eliminarlo, poi si rifiuta di impedirgli di radere al suolo tutto il bosco, come si rifiuta di fare “miracoli a comando”. “non è così che funziona”, dice. Lorax viene evocato dal dolore di un albero tagliato e ricompare solo alla fine, quando Once-ler ha compiuto tutto il suo percorso di espiazione. Unless, a meno che. Perché per tutti c’è una possibilità di redenzione. E anche Ted per cambiare idea, per capire e essere pronto a lottare per difendere il seme e coinvolgere i suoi concittadini deve avere pazienza e ascoltare tutta la storia di Once-ler, da principio. “Vuoi un albero?” gli dice il misterioso personaggio nella penombra quando lui gli mette fretta “Allora dobbiamo iniziare da principio”

Cielo d’Ottobre

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diretto da Joe Johnston

interpreti principali Jake Gyllenhaal, Chris Cooper, Laura Dern

età consigliata dagli 11 anni

La storia è tratta dall’autobiografia di Homer H. Hickam jr., ingegnere della NASA (il libro è stato pubblicato in Italia da Rizzoli col titolo Cielo d’ottobre, titolo originale: “Rocket Boys”). Una storia vera dunque, che inizia in una notte storica del 1957, la notte in cui i cieli d’America furono attraversati dallo Sputnik, il primo satellite sovietico, lanciato in orbita intorno alla terra. Quella notte d’autunno milioni di uomini e ragazzi di ogni età, in ogni angolo del grande Paese, nelle già immense metropoli illuminate a giorno e nei piccoli villaggi di provincia come era Coalwood, cittadina mineraria del West Virgina, alzarono gli occhi  al cielo e rimasero a fissare il firmamento in attesa di vedere una delle mille stelle cui erano abituati muoversi in modo lineare e continuo, come solo un oggetto artificiale può fare.

E Homer, figlio di un minatore come tutti i suoi compagni di scuola e destinato come gli altri a seguire il padre in fondo alla miniera, è tra gli altri, con il naso all’in su, ad aspettare. Poi il minuscolo corpo luminoso compare e disegna una traiettoria perfetta nella volta celeste, suscitando l’entusiasmo della folla e captando l’attenzione di tutti, per pochi secondi. Presto ognuno distoglie lo sguardo e si muove per tornare al proprio mondo… tutti tranne lui, Homer, che non riesce a smettere di seguire il puntino luminoso. L’idea che altri uomini lo abbiano mandato lassù, come fosse una mano meccanica protesa verso il cielo o un occhio proiettato a guardare le stelle da vicino, spalanca in lui il desiderio di fare altrettanto. Tanti assistono allo spettacolo, solo Homer ne viene realmente e profondamente colpito.

Homer vuole lanciare un razzo nello spazio e inizia a muoversi e a muovere tutta la propria vita per realizzare il suo progetto. Innanzitutto cerca l’aiuto dei suoi più cari amici e riesce a coinvolgerli, poi comincia a guardare con interesse nuovo allo studio: ha bisogno di conoscere per poter fare! Nel momento in cui si rende cono di non poter colmare tutte le proprie lacune, non si arrende, ma chiede aiuto: avvicina il secchione della classe, quello con cui nessuno avrebbe voluto farsi vedere in giro e si rivolge al collega del padre che può fare le saldature più difficili. La grandezza di Homer consiste nell’andare a fondo nelle cose: nello studio ci si butta a capofitto, tenendo conto dei propri limiti e valorizzando i talenti che scopre di avere; Quentin, lo sgobbone, non viene solo sfruttato per le sue conoscenze, diventa un vero amico; nei confronti dei minatori che lo aiutano sviluppa affetto e stima profondi.

Poi c’è il rapporto con gli adulti: quello sofferto col padre e quello rilanciante con la professoressa di fisica, che lo guarda come un giovane ha bisogno di essere guardato: cogliendo il valore del suo desiderio. E Homer si dimostra pronto a seguire questo sguardo, cosa affatto scontata. D’altronde il fatto di non sottrarsi alle relazioni anche se difficoltose è determinante per il ragazzo, che solo così riesce a risolvere i contrasti col padre. L’approvazione di suo padre è importante per lui e, se è vero che di fronte alla chiusura mentale del genitore Homer sa ribellarsi, è anche vero che egli non smette mai di riconoscere i motivi per cui stimare il padre: il suo coraggio sul lavoro, la lealtà nei confronti dei colleghi  o anche la capacità di accogliere il compagno del figlio picchiato dal patrigno. Il padre di Homer è un padre vero, un uomo limitato, che commette parecchi errori, ma ha un cuore buono e tanto gli basta per essere un buon educatore.

Questi elementi (serietà davanti ai propri desideri, attenzione alla realtà per quella che è, disponibilità a lasciarsi educare) fanno di questo film qualcosa di molto più interessante del solito format sull’American Dream (ovvero “basta volerlo intensamente e tutti i sogni in America si possono realizzare”), assolutamente imperdibile per preadolescenti e adolescenti.

Da un punto di vista formale il film è ben confezionato. Uno stile narrativo pulito. Ottimo il montaggio e discreta la fotografia che rappresenta una provincia americana degli anni ’50 rarefatta, sgombra da quegli strombazzamenti cromatici che spesso si associano agli “anni ruggenti”. Tutto sembra emergere anche metaforicamente dal sottile strato di polvere fuoriuscito dalla miniera, le cromature delle macchine d’epoca, le tinte pastello degli abiti da donna e gli arredi essenziali delle case. Su tutto si accendono gli splendidi occhi azzurri di Jake Gyllenhaal, qui diciannovenne, ma già dotato di grande personalità.